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Vite adolescenziali dietro uno schermo: riflessioni didattiche e occasioni di crescita.

“Il concetto chiave non è più la ‘presenza’ in rete, ma la ‘connessione’: se si è presenti ma non connessi, si è soli.” (Antonio Spadaro)


La connessione, internet, i social, gli smartphone ci hanno resi più presenti, siamo ovunque, quando vogliamo e dove vogliamo ma allo stesso tempo dipendenti e liberi di creare nuove stanze chiuse, nuovi spazi di ribellione e ostaggi di un oggetto che ormai fa parte della nostra quotidianità. Riecheggiano nella mia testa, le parole di una studentessa, durante una riflessione in classe: “noi stiamo vivendo in un mondo che ci avete consegnato e gli stiamo dando continuità…”. 

Questa affermazione ci costringe a spostare lo sguardo: il digitale non è semplicemente “il mondo dei ragazzi”, ma uno spazio costruito dagli adulti e abitato dalle nuove generazioni. Gli adolescenti non fanno altro che muoversi dentro un ecosistema tecnologico che abbiamo contribuito a creare, reinterpretandolo secondo i loro bisogni di relazione, appartenenza e riconoscimento.

Le parole della studentessa hanno un valore ambivalente: possono essere lette con rabbia o con normalità. Se lette con rabbia, ci danno un senso di colpa, forse inferto da ciò che in realtà non abbiamo controllato, se lette con normalità, lasceranno indifferenza. Chiediamo ai nostri studenti di essere attenti, aggiornati ma allo stesso tempo di ridurre il loro tempo davanti agli smartphone.

Allora una domanda di riflessione sorge spontanea: cosa cerchiamo veramente dai nostri studenti, quando si tratta dell’uso degli smartphone? 

Disegno fatto da una ragazza del Convitto
Disegno fatto da una ragazza del Convitto

Speriamo che il loro sia un utilizzo responsabile, senza esibizionismo, senza ricerca di consenso ma non ci rendiamo conto che sono persone che stanno affrontando un percorso di transizione verso la vita adulta, stanno affrontando le loro fragilità ed hanno bisogno di esempi, guide e riflessioni pragmatiche. Ma trascuriamo il fatto che questo mondo è così dinamico e trasversale da poter essere utilizzato in qualsiasi modo, anche per comunicare le proprie fragilità, esprimere emozioni, esibire una personalità in costruzione. Quando improvvisamente il social diventa lo spazio della socializzazione tra ragazzi, la comunicazione si trasferisce in un’interfaccia troppo dinamica ed incontrollabile da far nascere nuove paure e nuove sfide, definite dalla generazione Z come “Challenge” che mettono a repentaglio le vite di ragazzi e ragazze, veri e propri strumenti di controllo psicologico. 

In molti casi queste dinamiche non nascono solo dal desiderio di trasgressione, ma da un bisogno profondo di appartenenza al gruppo. Durante l’adolescenza il riconoscimento dei pari assume, infatti, un valore centrale e la dimensione digitale amplifica questa ricerca, rendendo visibile e immediato il confronto con gli altri.

Sfide riguardanti la sessualità, il bullismo, la paura. Di fatti il messaggio che passa nella testa di molti adolescenti è “Io l’ho fatto e tu? Sei pronto?”. Tutto il resto passa in secondo piano, lo stadio di sviluppo dell’adolescente, passa attraverso la propensione al rischio, la scarsa percezione delle conseguenze, impulsività e ricerca di emozioni forti trasferendo tutto ciò nel mondo digitale.

Aspetto molto interessante è quello del simbolismo e dell’iconografia, molti giovani tendono a comunicare con gesti e riproduzioni iconiche personalizzate che hanno particolare rilevanza e sentono la necessità di crearla come una sorta di chiave di accesso al loro mondo, emoji, gif, immagini personalizzate, video su tiktok e reels. 

In questo senso il linguaggio digitale diventa anche uno strumento attraverso cui gli adolescenti costruiscono e comunicano la propria identità. Non si tratta soltanto di immagini o contenuti, ma di vere e proprie forme simboliche attraverso cui i ragazzi cercano di rappresentare se stessi agli altri.

Il tema dell’estetica e dell’immagine non è nuovo nella riflessione filosofica. Pensatori come Friedrich Nietzsche e Theodor W. Adorno hanno riflettuto sul rapporto tra bellezza, rappresentazione e società per poi poter lavorare insieme ai ragazzi proprio su questi temi.

Forse la vera sfida educativa non è semplicemente limitare l’uso degli smartphone, ma aiutare gli studenti a sviluppare uno sguardo critico sul mondo digitale che abitano ogni giorno. Comprendere come si costruiscono le immagini, le relazioni e i modelli che circolano online può diventare un’occasione preziosa di crescita personale e di consapevolezza.

In classe questo può tradursi in attività semplici ma significative. Ad esempio, chiedere agli studenti di analizzare un contenuto digitale che utilizzano quotidianamente – un reel, un post o un video – interrogandosi su alcuni aspetti: quale immagine di sé viene costruita? Quali modelli di successo o di bellezza vengono proposti? Quali emozioni suscita e perché?

Attraverso questo tipo di esercizi la scuola può trasformare il linguaggio digitale, spesso percepito come distante dal mondo educativo, in uno strumento di riflessione critica e di consapevolezza. Non per demonizzare ciò che i ragazzi utilizzano ogni giorno, ma per aiutarli a comprenderlo e ad abitarlo con maggiore libertà.


Anna Circosta e Kim Commisso


 
 
 

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