Riconoscimento reciproco
- Kim Commisso e Anna Circosta
- 17 feb
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 3 mar
Il riconoscimento della persona nella sua globalità
E oggi, nei contesti educativi, l’attenzione è diventata una competenza fragile e contesa.
Il riconoscimento, come processo intersoggettivo, presuppone una condizione preliminare che spesso diamo per scontata: l’attenzione. Non possiamo riconoscere ciò che non sappiamo vedere.
L’attenzione non è soltanto una funzione cognitiva legata alla concentrazione, ma una postura relazionale ed etica: significa scegliere di soffermarsi sull’altro, sospendere l’interpretazione immediata, evitare che la persona venga ridotta a un’etichetta o a una prestazione.
Educare al riconoscimento significa, allora, educare all’attenzione: creare spazi in cui studenti e insegnanti possano vedersi nella loro complessità.
Nella pratica didattica questo significa, talvolta, fermarsi su un dettaglio apparentemente marginale: uno sguardo che cambia, una domanda fuori traccia, un silenzio che chiede tempo. Sono segnali che, se accolti con attenzione, permettono di vedere lo studente oltre la prestazione e di riconoscerne la traiettoria in formazione.

Quando parliamo di riconoscimento, quindi, parliamo di un processo intersoggettivo che mette in gioco il nostro io ed il nostro sé collettivo.
Questo richiama la vita di tutti i giorni ed il nostro modo di relazionarci con il mondo e le persone, infatti, la durata delle relazioni interpersonali che siano affettive o amicali deriva proprio dal riconoscimento.
La psicoterapeuta Jessica Benjamin, ha tracciato il percorso del riconoscimento nel suo libro “Il riconoscimento reciproco. L’intersoggettività ed il Terzo” edito da Raffaello Cortina Editore nel 2019. In tale opera, l’autrice delinea un aspetto innovativo dello stesso processo, introducendo la figura del Terzo nella fase evolutiva. Pur affrontando tale prospettiva psicoanalitica nell’ottica del riconoscimento materno e della relazione che intercorre tra genitori e figli, l’aspetto che si rivela più interessante è quello riparativo che pone il concetto di riconoscimento come una forma di aiuto a superare il trauma individuale e sociale, in parole semplici: se riconosciamo ciò che ci ha causato dolore, possiamo iniziare a trasformarlo in comprensione e maturazione personale. Tutti i lavori che riguardano l’aspetto dell’helping, hanno bisogno di affrontare tale processo e essere soggetti sia attivi che passivi.
Facendo riferimento alla figura dell’insegnante, possiamo guardare quest’ultimo come persona che interagisce in un’ottica non neutrale o superficiale ma come soggetto che si impone autorevolmente, verso un processo di naturale importanza, quello di suscitare nel discente curiosità, crescita interiore e maturità.
Dall’altra parte il discente è un soggetto in formazione, che porta nella relazione educativa fragilità, slanci, contraddizioni e una maturità ancora in costruzione.
L’insegnante dovrà affrontare le risposte silenti, gli sguardi provocatori, la frustrazione. Tutti i mondi transitori dell’età scolastica e della vita dell’adolescente. Spesso il riconoscimento dell’insegnante passa attraverso ponti di consapevolezza dei ruoli: Insegnante/studente. Quindi come possiamo rispondere alle domande: chi è l’insegnante per il discente? e chi è il discente per l’insegnante ?
In primis, sono persone da percepire nella loro globalità, poi diventano ruoli intercambiabili. Infatti, ad oggi, grazie alle metodologie didattiche alternative alla lezione frontale, anche l’insegnante può e deve apprendere qualcosa del mondo del discente. Spesso mi capita di dire tra me e me: “quella cosa l’ho omessa, non la ricordavo ma il mio alunno l’ha proposta!”. Tutte constatazioni ragionevoli, in quanto non siamo onniscienti e non possiamo ricordare tutto. La nostra memoria è labile e possiamo permetterci di non ricordare perchè ritornando al nostro tema centrale “siamo persone” e nel nostro essere persone, siamo anche soggetti agli agenti del tempo ed alla labilità ma è solo attraverso le relazioni che cresciamo e ci riconosciamo.
Per questo il riconoscimento non è solo un concetto teorico, ma una pratica quotidiana che richiede tempo, ascolto e responsabilità. In una scuola che voglia davvero educare, l’attenzione e il riconoscimento diventano condizioni essenziali per accompagnare la crescita della persona nella sua globalità.
Possiamo quindi proporre una risposta alle nostre domande: “il docente ed il discente sono soggetti che stanno alla base di una relazione di crescita continua e che si formano parallelamente nella relazione scolastica, come feedback e come variabili del processo di formazione.
Kim Commisso e Anna Circosta
Per ottenere la scheda contattaci



Commenti