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L’attenzione non è più un dovere

Aggiornamento: 3 mar

La battaglia quotidiana

Terza ora di un giorno qualunque, entro in classe e gli studenti non si accorgono che sono arrivata…chiedo il silenzio, inizio la lezione ma dopo poco pochi, o nessuno, sono lì con me. Chi disegna, chi ha lo sguardo perso, chi mi guarda ma non mi sta ascoltando…A volte in classe mi chiedo se è vero che i ragazzi non sanno concentrarsi, oppure, se in realtà nessuno ha insegnato loro come si fa. Mi rendo conto che abbiamo smesso di insegnare l’attenzione, ma continuiamo a pretendere che esista. Infatti, da pedagogista mi chiedo spesso se non stiamo confondendo una mancanza con un apprendimento non ancora guidato.

Forse il punto è proprio questo: l’attenzione non è più un prerequisito. E’ un apprendimento.


Eye-level view of a classroom with students engaged in a group activity
Un'aula moderna con studenti coinvolti in un'attività di gruppo.

Quando la presenza dell’insegnante non li distoglie dal chiacchierare, giocare con il compagno o comunque fare altro, quando non gli viene chiesto più di alzarsi se entra un professore (e non in senso di reverenza ma per capire che il setting deve cambiare), quando creiamo momenti di lavoro collaborativo e di gruppo senza gestirlo veramente per poi lamentarci che non siano capaci di farlo, penso che ci dimentichiamo che i loro cervelli sono abituati alla velocità, la lentezza è vista come noia in un mondo dove la noia non è contemplata ma è evitata come la peste.

L’esperienza mi insegna che se a lezione non ho diversi stimoli, non li coinvolgo e faccio una lezione dove parlo per più di venti minuti, per quanto il tema possa essere interessante, loro tenderanno nel migliore dei modi ad intervenire riportanti qualsiasi argomento alla loro quotidianità o fanno altro facendoci credere che ci stanno ascoltando. 

Forse però la scuola è proprio il posto dove si può, e a mio avviso deve, praticare il tempo lungo dove si difende lo spazio del pensiero e non si combatte contro un algoritmo. 

Ma difendere il tempo lungo non significa ignorare il contesto in cui vivono.

Ma allora cosa sbagliamo? Niente. Dobbiamo solo ricordarci anche che non è vero che non ci ascoltano. È che l’attenzione non è più una condizione: è una competenza. E come ogni competenza, va progettata, allenata, sostenuta. Non si improvvisa e non si impone.

Si costruisce dentro un contesto che la renda possibile.

A volte facendo formazione insegnanti mi capita che i docenti mi chiedano una “soluzione magica” per insegnare nel modo migliore e per catturare l’attenzione. 

La mia risposta cambia ma molto spesso il concetto è che il problema oggi non è spiegare meglio. Molti dei docenti che incontro sono esperti e competenti in materia. La chiave è creare le condizioni per essere ascoltati. 

Allora mi viene in mente una frase di Recalcati, Gli insegnanti lo sanno molto bene: la loro battaglia quotidiana ha come suo obiettivo primario, tanto elementare quanto cruciale, la possibilità di captare l'attenzione dei propri allievi di fronte a un collasso del dispositivo istituzionale e culturale che rendeva la parola dell'insegnante degna di attenzione in quanto tale. (Recalcati, La luce e l’onda - pg 120)

Si sottolinea che la parola dell’insegnante non è  degna di attenzione in quanto tale. 

Questo non è un giudizio sui ragazzi. E’ un cambiamento nel patto educativo tra adulto e adolescente.

A volte vediamo che un collega più empatico è più seguito, non è un caso. Le relazioni si sono ridefinite, l’adulto non è rispettato come detentore di conoscenza, i ragazzi di oggi arrivano già “pieni” grazie o a causa di una cultura audiovisiva rapida e continua che modifica i tempi cognitivi e la soglia attentiva. 

Anche se parlando con loro, in realtà, questa generalizzazione non tiene nel momento in cui si parla di una loro passione. 

L’attenzione non è scomparsa. E’ selettiva.

Non dobbiamo arrivare alla svolta di Seine-Port, piccolo comune a sud di Parigi, che ha deciso di vietare l’uso dei dispositivi tecnologici, smartphone e tablet nei luoghi pubblici per consentire di ritrovarsi come persone ed incontrarsi. 

L’insegnante deve solo rendersi consapevole che bisogna considerare chi abbiamo di fronte, non sempre lo insegnano ma questo non vuol dire fare come loro, riempirli di stimoli, seguire una didattica multimodale che spesso crea ansia. 

Anzi, tutto l’opposto, proprio durante il mio percorso di abilitazione ho capito che non potevo combattere la complessità. Dovevo imparare ad attraversarla.

Ho lavorato, quindi, su un'idea che oggi mi torna con forza: la semplessità. Per me semplessità significa progettare ambienti didattici chiari ma non poveri, strutturati ma non rigidi. Significa offrire pochi stimoli ben scelti invece di molti stimoli disordinati. Proteggere il tempo lungo senza negare la complessità del presente.

Non semplificare la realtà. Ma renderla abitabile.

Non togliere profondità, ma togliere il rumore.

Forse oggi insegnare non significa rendere tutto più semplice, ma trovare la forma giusta perché la complessità non schiacci né noi né loro.

Parto dalla possibilità di integrare i due aspetti (linearità e interazione) per riabituare anche gli studenti  a  “stare  sulle  cose”  e  sforzando  i  docenti  a  non  voler  “fare  tutto”,  per ristabilire quell’equilibrio di cui tutti, e i nostri ragazzi in primis, abbiamo bisogno. Spesso diciamo che i giovani sono più “ignoranti” e meno “profondi o interessati”, non so se noi alla loro età lo fossimo di più ma forse manca l’aggancio di interesse. 

E l’aggancio è la base di ogni apprendimento significativo.

Oggi l’attenzione passa anche dall’utilità a cui noi forse non pensavamo, passa dall’aggancio con il presente o con ciò che conoscono che poi è la base dell’apprendimento significativo. 

L’integrazione sistematica con l’introduzione di pause di senso e momenti di interazione mirata anche dentro una cornice frontale, permette di leggere la lezione ex cathedra  a cui molti docenti sono rigidamente legati come un’occasione educativa  che,  se  ben  calibrata,  può  essere  percepita  dagli  studenti  come  spazio  di  ordine  e concentrazione, in contrasto con la frammentazione tipica del digitale. 

Una lezione frontale seppur guidata, con brainstorming, debriefing, partecipata e pur sempre una lezione frontale. Finchè gli studenti non diventano protagonisti non si può parlare veramente di innovazione, ma ciò non importa, l’obiettivo che spesso ci si dimentica è “condurre al successo formativo nel migliore dei modi possibili che lo studente possa avere” non che sappia una cosa o l’altra. A volte proviamo a pensare, io ci penso spesso, se la lezione che stiamo facendo accresce il mio studento o lo riempie di contenuti che potenzialmente imparerebbe di più con un video TikTok o un Real di Istagram. 

Forse oggi insegnare non significa essere più interessanti di un algoritmo. Significa insegnare a stare. E stare, oggi, è una competenza educativa che va progettata.

E insegnare a stare è, prima di tutto, una responsabilità pedagogica.


Kim Commisso e Anna Circosta


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