Gli studenti non ci chiedono. Ci giudicano!
- Kim Commisso e Anna Circosta
- 6 mar
- Tempo di lettura: 4 min
Oggi ero in una classe, una di quelle poco tranquille ma in cui, proprio per questo, i ragazzi hanno tanto da dire. Hanno avuto esperienze pregresse spesso negative e il loro bisogno di essere ascoltati senza giudizio è tanto, forse troppo, ma è proprio lì che ti giochi la relazione.
Oggi ero in una classe, una di quelle poco tranquille ma in cui, proprio per questo, i ragazzi hanno tanto da dire. Hanno avuto esperienze pregresse spesso negative e il loro bisogno di essere ascoltati senza giudizio è tanto, forse troppo, ma è proprio lì che ti giochi la relazione.
Classe che, contro ogni razionale ragione, abbiamo deciso (il Cdc) di portare alla visione del film Domani interrogo con la presenza del regista e degli attori a fine spettacolo.
Decido, come insegnante accompagnatrice, di introdurli al film con trama e trailer il giorno precedente, ma a quest’ultimo non ci sono arrivata. Ci incartiamo sulle prime frasi della sinossi, anzi su una parola: “liceo”.
Sì, perché per i miei studenti del professionale, che non hanno nemmeno un sostantivo proprio (al contrario dei liceali), quelle scuole non possono rappresentare veramente il disagio giovanile. Al liceo sono tranquilli, non fanno casino e sono noiosi, ma anche più intelligenti.
Al professionale ci va chi “non vuole studiare e non è tanto intelligente…” a detta loro.
Insomma, chi è buono solo per fare qualcosa di pratico.
Cosa che non è vera se consideriamo le materie tecniche e la responsabilità che già a 16 anni sono tenuti ad avere con il primo stage.
Ma è questo quello che passa.
Oltre all’accezione di intelligenza comunemente — ed erroneamente — usata come sinonimo di cultura.
Allora la palla va a chi era liceale o all’istituto tecnico non ce l’ha fatta, non per capacità ma per motivi che nemmeno loro sanno e che i docenti hanno sottovalutato, sopravvalutando il fatto che “alcuni ragazzi” non hanno solo voglia di studiare ed è “meglio che facciano il professionale”.
In quel momento mi sono resa conto di quanto forte sia la percezione che gli studenti hanno della scuola e del proprio posto dentro di essa.
Prima ancora di entrare in classe, molti ragazzi hanno già interiorizzato una gerarchia tra scuole, tra studenti, tra forme di intelligenza.
Non è una costruzione loro.

È uno sguardo sociale che hanno già imparato ad applicare a se stessi. In pedagogia questo passaggio è cruciale: quando uno studente interiorizza uno sguardo su di sé, quel giudizio smette di essere esterno e diventa identità.
Non è più solo ciò che gli altri pensano di lui.
Diventa ciò che lui pensa di poter essere.
In fondo, come ha mostrato Jerome Bruner, gli esseri umani interpretano la realtà attraverso narrazioni. Anche la scuola diventa facilmente una storia che gli studenti raccontano a se stessi: la storia di chi è portato per studiare e di chi no, di chi appartiene al liceo e di chi “finisce” al professionale.
Il problema è che queste narrazioni, quando diventano troppo rigide, rischiano di trasformarsi in identità.
Questo mi ha fatto venire in mente come, a volte, noi docenti non ci rendiamo conto che il nostro giudizio — o pregiudizio — possa condizionare profondamente un’altra persona.
E magari come noi stessi siamo stati condizionati.
Non è giustificabile bocciare 15 studenti su 30 e non chiedersi: “Dove ho sbagliato?”
Non perché l’insegnante sia responsabile di tutto.
Ma perché ogni processo educativo implica sempre una relazione: e quando una relazione educativa non funziona, la domanda pedagogica non può essere solo cosa non hanno fatto gli studenti, ma anche quali condizioni abbiamo costruito per farli apprendere.
Così, con più domande che risposte, il giorno dopo andiamo al cinema.
La classe, interessata ed educata, segue il film e il dibattito con regista e alcuni attori.
Solo qualche commento a caldo sull’esasperazione delle vite dei ragazzi del film: “Proff., un po’ troppo però…”.
Il giorno dopo riprendo il film con i ragazzi.
Mi evidenziano come fosse impossibile che così tanti ragazzi “problematici” fossero nella stessa classe, che potessero fumare come volevano e che fossero andati a sorpresa a casa della prof a studiare.
In realtà erano contenti del rapporto di fiducia con la professoressa che:
“Li aveva ascoltati”
“Non aveva fatto la spia”
Ma d’altra parte:
“Si era immischiata troppo”...come fai fai comunque sbagli per qualcuno.
Mi sono stupita di più, però, nel non trovare in loro stupore verso la complessità della vita degli studenti del film né verso la disponibilità della professoressa.
Mi sono chiesta, quindi, per chi fosse questo film.
Qual era il target a cui era destinato?
Il film è piacevole, ha un buon ritmo e racconta una scuola romanzata, dove la professoressa interessandosi ad ognuno dei suoi studenti (poi in realtà solo alcuni, perché come succede spesso non hai la possibilità di approfondire il rapporto con tutti) crea un legame di fiducia.
I ragazzi sono contenti di stare in classe, studiano quasi per fare un piacere alla professoressa e stanno attenti per “rispetto” a chi rispetto glielo ha mostrato.
Non perché sei una professoressa che insegna.
Una scuola dove la relazione sembra bastare a risolvere tutto.
Sarebbe interessante capire se i professori del liceo si sono rivisti. Come docente del professionale ho fatto fatica a riconoscere la scuola.
Il fatto che una urlata a tono possa veramente sedare una classe. Che basti farsi vedere interessata alle loro vite per avere rispetto perenne, rispetto che invece sappiamo doverci guadagnare ogni lezione.
Che ci sia una classe di 18 studenti di cui solo la metà è attiva mentre la restante è silente e non si considera.
Forse il punto non è stabilire se il film rappresenti bene la scuola.
Il punto è capire come gli studenti percepiscono la scuola e il posto che pensano di occupare al suo interno.
E questa percezione, spesso, nasce molto prima di entrare in classe.
Forse è proprio qui che entra in gioco un tema profondamente pedagogico: il riconoscimento.
Non come approvazione o gratificazione, ma come possibilità per uno studente di sentirsi visto per ciò che può diventare, e non solo per l’etichetta che porta addosso.
Kim Commisso e Anna Circosta



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