Gli adolescenti e l’IA: potenziali cause ed effetti pedagogici
- Kim Commisso e Anna Circosta
- 30 mar
- Tempo di lettura: 2 min
“Ben oltre le idee di giusto e di sbagliato c’è un campo. Ti aspetterò laggiù.” (Khaled Hosseini)
Una ricerca effettuata da Save the Children rivela che gli adolescenti utilizzano l’intelligenza artificiale per chiedere consigli sulla sfera emotiva, poiché si sentono giudicati e questo l’IA non può farlo. Il laggiù di cui ci parla il medico e scrittore afgano statunitense, Hosseini, ormai ha un nome per gli adolescenti ed è IA. Una sfera emotiva protetta? Forse sì ma incompleta, poco strutturata, ancora in costruzione.
Parlando con i ragazzi, la percezione cambia. Introducendo il tema dell’IA in classe ho chiesto loro che domande fanno, per cosa lo usano e quanto può essere loro “amico”.
Se gli si chiede direttamente, molti rispondono di non confidarsi nemmeno lì. Non raccontano di sé, non espongono davvero le proprie fragilità. L’intelligenza artificiale non diventa uno spazio di apertura, ma al massimo uno strumento funzionale, distante, controllabile per risolvere problemi imminenti che magari rientrano nella sfera sentimentale o amicale.
Questo dato ci obbliga a spostare lo sguardo. Il punto non è tanto capire se gli adolescenti si confidano con l’IA, ma interrogarsi sul perché facciano fatica a confidarsi con l’adulto, in generale.
La sfera emotiva, per molti, resta un territorio complesso: esporsi significa rischiare il giudizio, il fraintendimento, la perdita di controllo sulla propria immagine. E questo vale nei contesti tradizionali, ma anche in quelli digitali.
In questo senso, l’intelligenza artificiale non sostituisce la relazione, ma mette in evidenza un bisogno: quello di spazi in cui potersi esprimere senza sentirsi valutati. La relazione – così centrale nello sviluppo – non è mai stata così complessa. Richiede tempo, esposizione, disponibilità al fraintendimento. Tutto ciò che oggi, anche noi adulti, facciamo sempre più fatica a sostenere.
Una delle pratiche che rischia di indebolirsi, in questo scenario, è la metacognizione: la capacità di riflettere in modo autonomo su ciò che viviamo, sulle emozioni che ci attraversano, sulle esperienze che ci trasformano.
La riflessione non è solo un processo cognitivo, ma una pratica educativa.
Si costruisce nel tempo, attraverso il confronto, il silenzio, l’errore, la rielaborazione. Delegarla a uno strumento esterno, anche quando è evoluto, significa rischiare di perdere una parte fondamentale del processo di crescita.
Eppure, non si tratta di demonizzare l’intelligenza artificiale.

Come ogni strumento, può essere utilizzata in modi diversi. Può supportare, suggerire, accompagnare. Ma non può sostituire ciò che accade nella relazione educativa. Forse il “campo” di cui parla Hosseini non è un luogo senza giudizio perché privo di relazione, ma uno spazio in cui la relazione stessa rende possibile esporsi senza paura.
La sfida, allora, non è limitare l’uso degli strumenti, ma costruire contesti in cui gli studenti possano fermarsi.
Fermarsi a pensare, a dirsi, a riconoscere ciò che provano.
Non perché qualcuno risponda al posto loro, ma perché trovino le condizioni per iniziare a farlo da soli.
Ed è proprio qui che la scuola può ancora avere un ruolo decisivo: non come luogo di risposta, ma come spazio in cui imparare a farsi domande che non hanno soluzioni immediate.
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Kim Commisso e Anna Circosta



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