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Bocciare o no? Forse il problema è un altro

15 mag
Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 8 set

La frustrazione è utilissima per crescere, ma va dosata. (Galimberti - L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani).


Questa frase mi ha fatto riflettere sul periodo che stiamo vivendo tutti: professori, studenti e genitori. La fine della scuola porta con sé ansia, ultime verifiche, esami e il rischio di bocciatura. Tutto ciò ci spinge a interrogarci sul futuro. Un anno passa e lascia su docenti e studenti qualcosa che inevitabilmente fa crescere o aiuta a capire meglio alcune cose.


La responsabilità dei docenti


Ma cosa dobbiamo fare noi docenti alla fine di ogni anno? Dobbiamo decidere sul futuro scolastico degli studenti, ovvero se un adolescente è pronto o meno per il passo successivo. Questa è una responsabilità che ricade inevitabilmente sullo studente e su tutte le persone che lo circondano. Per questo motivo, non dovrebbe mai essere una decisione leggera, ma ponderata e riflessiva per tutti i colleghi.


Ai consigli di classe, ci troviamo di fronte alla solita dicotomia: da una parte, la scuola selettiva e umiliante del passato; dall’altra, la paura contemporanea di ferire emotivamente gli studenti. Non sempre ci ricordiamo che oggi, più che mai, gli adolescenti vivono in un equilibrio fragile tra desiderio, aspettative, confronto continuo e paura di non essere abbastanza. Questa fragilità influisce sulle loro scelte, portandoli a definirsi inadeguati e poco performanti per la scuola. Talvolta, prendono decisioni affrettate, come quella di abbandonare definitivamente la scuola. Parliamo di una generazione che spesso appare più vulnerabile e, al contempo, più sola nel gestire il fallimento.


La questione della bocciatura


E allora, la domanda “bocciare o no?” rischia di essere mal posta. Perché il punto non è la bocciatura in sé. Il punto è: quale esperienza di sé costruisce uno studente attraverso la scuola? Ne avevamo già parlato quando ci siamo chiesti che idea hanno di loro stessi (leggi l’articolo “Gli studenti non ci chiedono. Ci giudicano! O ascolta il Podcast). Qui facciamo un passo oltre, perché non è solo la percezione di sé, ma anche quella della sconfitta e della battuta d’arresto che diventa un “trauma”, parola ormai conosciuta e utilizzata da molti giovani.


Imparare dagli errori
Imparare dagli errori

Tutto sembra rappresentare un possibile trauma anche per la scuola: un brutto voto, una difficoltà, un fallimento. Ma un brutto voto non è automaticamente una violenza, una difficoltà non è automaticamente un danno psicologico e un fallimento non è automaticamente distruttivo. Se tutto diventa trauma, nulla lo è più. Crescere significa anche incontrare limiti, errori e ostacoli.


Valutare con attenzione


Allora, come porci di fronte a scrutini che ci chiedono di andare oltre la docimologia? Si potrebbe dire di pensare alla competenza acquisita secondo le loro capacità, alla prospettiva di un futuro prossimo, alla crescita personale e relazionale. Ma sappiamo che è difficile andare oltre le frasi: “i voti sono buoni” o “ha 5 materie sotto”.


Forse il discorso è più ampio. Se tutti valutassimo veramente per competenze, già il voto rappresenterebbe un elemento valido per capire se c’è stata una crescita e di che tipo. È vero, abbiamo strumenti come note e sospensioni, ma senza far troppo la buonista o la protezionista, il criterio a volte è soggettivo e non sempre tiene conto delle vere difficoltà o semplicemente dell’infantilità che alcuni studenti, anche ai gradi più alti, mostrano.


La valutazione personalizzata


Allora, come possiamo valutare ogni studente tenendo conto di tutto ciò che lo circonda a 360 gradi? Sono docente anch'io e mi rendo conto che un discorso così personalizzato per tutti è difficile. Ma sono stata anche studentessa e ho vissuto la bocciatura (cosa che fa sentire ai miei studenti che alla fine anche io sono un po' come loro). Quando mi trovo davanti alla pagella di uno studente alla fine dell’anno, il criterio non si può limitare al “recupero” dei voti. Devo guardarlo dall’inizio. Dovremmo riuscire ad avere un quadro chiaro, così facendo sapremmo già un mese prima della fine della scuola chi può farcela e chi no.


Spesso facciamo l’errore del pregiudizio, già discusso nel nostro articolo precedente. Questo pregiudizio ci porta a inquadrare uno studente per il suo comportamento iniziale e non per le sue potenzialità. Così, ricadiamo in quel voto che potrebbe influire sulle sue vere capacità o anche su quelle latenti, non ancora del tutto manifestate. E nessun genitore potrà mai sapere il percorso che ai nostri occhi ha o non ha fatto suo figlio durante l’anno. Dobbiamo guardare dall’inizio e scegliere la sua strada in base a cosa gli farebbe bene.


Riflessioni sulla bocciatura


Le domande sono: se ripete l’anno, continuerà a venire a scuola? Migliorerà le sue competenze? Crescerà a livello sociale e relazionale? Capirà che la bocciatura non è una punizione, ma un modo per crescere e provare a fare meglio?


Alla fine di ogni anno, faccio sempre un discorso ai miei studenti, spiegando loro che essere bocciati può essere un’opportunità (come è stato per me). Non voglio indorare la pillola, perché ci staranno male. I genitori ci staranno male e loro avranno perso un anno. Ma cos’è un anno in confronto alla vita se può servire a essere più consapevoli o cambiare rotta?


E forse oggi il lavoro più difficile non è nemmeno parlare agli studenti, ma agli adulti che stanno loro accanto. La bocciatura viene spesso vissuta dai genitori come un fallimento personale, quasi una colpa educativa o una vergogna sociale. Diventa ancora più difficile aiutare un ragazzo a leggere quell’esperienza per ciò che dovrebbe essere: non una condanna, ma un passaggio.


Crescita e tempo


In un’epoca in cui tutti corrono, fermarsi viene percepito come qualcosa di inaccettabile. Ma crescere non è una gara a tempo. Ci sono ragazzi che, andando avanti troppo presto, si perdono. E altri che, proprio da una battuta d’arresto, riescono finalmente a capire qualcosa di sé.


Come farlo capire? A volte, le domande che mi pongo quando si deve decidere chi fermare sono proprio quelle sul progetto di vita. Mi sono chiesta recentemente quali miei studenti sono pronti per un anno successivo. A volte mi scontro con i colleghi, perché non basta avere le sufficienze. A volte, il compito va bene, ma il bene dello studente è fermarsi un altro anno e capire dove si sta.


Il peso delle decisioni


E forse è proprio questo il peso più grande degli scrutini: sapere che dietro un numero non c’è mai solo un rendimento scolastico. C’è un ragazzo che magari si sente già indietro rispetto agli altri. C’è una famiglia che ha paura. Ci sono fragilità che non sempre entrano in una media matematica. E ci sono anche docenti che si interrogano davvero, molto più di quanto si pensi.


Perché certe decisioni non restano sulla carta.


Restano negli sguardi degli studenti quando entrano in classe gli ultimi giorni di scuola. Restano nelle telefonate ai genitori. Restano nel modo in cui un ragazzo inizierà a raccontarsi da quel momento in poi: “ce l’ho fatta” oppure “non valgo abbastanza”.


Ed è forse questo che rende così delicato il nostro compito: ricordarci che stiamo valutando percorsi, ma abbiamo davanti persone. In quest’epoca, noi docenti abbiamo anche un altro grande compito: educare le famiglie e, forse, in parte, anche la società a cambiare sguardo sul fallimento.


L'importanza della percezione


La bocciatura fa parte dei percorsi di vita. C’è chi la vivrà e chi no. Ma ciò che fa davvero la differenza è il significato che le viene attribuito. Un conto è vivere una bocciatura come un’occasione per fermarsi, capire e ripartire. Un altro è trasformarla in un’etichetta definitiva.


Conosco adulti che ancora oggi parlano di “quell’anno perso” come di una ferita mai elaborata. E forse non per la bocciatura in sé, ma per come si sono sentiti guardati, giudicati o raccontati dagli altri dopo quel fallimento.


Per questo, la scuola dovrebbe insegnare anche questo: che inciampare non significa valere meno, ma lavorare su se stessi per non ricadere nello stesso errore e potersi ricalibrare, darsi possibilità diverse e crescere.



Kim Commisso e Anna Circosta

 
 
 

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