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Bocciare o no? Forse il problema è un altro

La frustrazione è utilissima per crescere, ma va dosata. (Galimberti - L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani).


Questa frase mi ha fatto pensare al periodo che stiamo vivendo tutti: professori, studenti e genitori…la fine della scuola tra ansia, ultime verifiche, esami e rischio bocciatura che porta tutti noi a interrogarci sul futuro. 

Sì, perché un anno passa e lascia su docenti e studenti qualcosa che inevitabilmente farà crescere o capire meglio alcune cose.

Ma cosa dobbiamo fare noi docenti alla fine di ogni anno? Decidere sul futuro scolastico degli studi denti ovvero se un adolescente è pronto o no per il passo successivo ed è una responsabilità che ricadrà inevitabilmente sullo studente e su tutte le persone che lo circondano. Per questo non dovrebbe mai essere una decisione leggera ma ponderata e di riflessione per tutti i colleghi. 

Ai consigli di classe si sa, abbiamo la solita dicotomia da una parte la scuola selettiva e umiliante del passato, dall’altra la paura contemporanea di ferire emotivamente gli studenti.

Non sempre ci ricordiamo che oggi più di ieri gli adolescenti vivono già in un equilibrio fragile tra desiderio, aspettative, confronto continuo e paura di non essere abbastanza. Con fragilità che riguardano il futuro e che vanno ad influenzare le loro scelte, arrivando a definirsi indeguati e poco performanti per la scuola. Talvolta prendendo decisioni affrettate, come quella di abbandonare definitivamente la scuola. Parliamo, quindi, di una generazione che spesso appare più vulnerabile, ma anche più sola nel gestire il fallimento. 

E allora la domanda “bocciare o no?” rischia di essere mal posta. Perché il punto non è la bocciatura in sé. Il punto è: quale esperienza di sé costruisce uno studente attraverso la scuola?

Ne avevamo già parlato quando ci siamo chiesti che idea hanno di loro stessi (leggi l’articolo “Gli studenti non ci chiedono. Ci giudicano! O ascolta il Podcast), qui facciamo un passettino oltre perché non è solo la percezione di sé ma anche quella della sconfitta e della battuta d’arresto che diventa un “trauma”, parola ormai conosciuta e utilizzata da molti giovani.


Imparare dagli errori
Imparare dagli errori

Tutto sembra rappresentare un possibile trauma anche per la scuola: un brutto voto, una difficoltà,  un fallimento. 

Ma un brutto voto non è automaticamente una violenza, una difficoltà non è automaticamente un danno psicologico e un fallimento non è automaticamente distruttivo.

Anzi se tutto diventa trauma nulla lo è più, ma crescere significa anche incontrare limiti, errori, ostacoli.

Allora, come porci di fronte a scrutini che ci chiedono di andare oltre la docimologia? Si potrebbe dire di pensare alla competenza acquisita secondo le loro capacità, alla prospettiva di un futuro prossimo, alla crescita personale e relazionale…ma sappiamo che è difficile andare oltre alle frasi: “i voti sono buoni” o “ha 5 materie sotto”.

Lo so forse il discorso è più ampio perché se tutti valutassimo veramente per competenze già il voto rappresenterebbe un elemento valido per capire se c’è stata una crescita e di che tipo, è vero abbiamo strumenti come note e sospensioni ma senza far troppo la buonista o la protezionista il criterio a volte è soggettivo e non sempre tiene conto delle vere difficoltà o semplicemente dell’infantilità che alcuni studenti, anche ai gradi più alti, hanno.

Allora come fare? Come avere la possibilità di  valutare ad hoc ogni studente tenendo conto di tutto ciò che lo circonda a 360 gradi. Sono docente anche io e mi rendo conto che un discorso così ad personam per tutti è difficile ma sono stata anche studentessa, e sono stata anche bocciata (cosa che fa sentire ai miei studenti che alla fine anche io sia un pò una loro) e quando mi pongo davanti alla pagella di uno studente alla fine dell’anno il criterio non si può limitare al “recupero” dei voti ma devo guardarlo dall’inizio, dovremmo riuscire ad avere un quadro chiaro,  così facendo sapremmo già un mese prima della fine scuola chi può farcela e chi no. Spesso facciamo l’errore del pregiudizio, già discusso nel nostro articolo precedente citato, quello che ci porta ad inquadrare uno studente per il suo comportamento iniziale e non per le sue potenzialità, facendolo così ricadere in quel voto che potrebbe influire sulle sue vere capacità o anche su quelle latenti, non ancora del tutto manifestate. E nessun genitore potrà mai sapere il percorso che ai nostri occhi ha o non ha fatto suo figlio durante l’anno. Dobbiamo guardare dall’inizio e scegliere la sua strada in base a cosa gli farebbe bene, allora le domande sono: se ripete l’anno continuerà a venire a scuola, migliorerà la sue competenze, crescerà a livello sociale e relazionale, capirà che la bocciatura non è una punizione ma un modo per crescere e provare a fare meglio?

Ai miei è studenti alla fine di ogni anno faccio sempre un discorso facendo loro capire che essere bocciati può essere un’opportunità (come è stato per me), senza indorare la pillola perché ci staranno male, i genitori ci staranno male e loro avranno perso un anno ma cos’è un anno in confronto alla vita se veramente può servire a essere più consapevoli o cambiare rotta. 

E forse oggi il lavoro più difficile non è nemmeno parlare agli studenti, ma agli adulti che stanno loro accanto.

Perché spesso la bocciatura viene vissuta dai genitori come un fallimento personale, quasi una colpa educativa o una vergogna sociale. E allora diventa ancora più difficile aiutare un ragazzo a leggere quell’esperienza per ciò che dovrebbe essere: non una condanna, ma un passaggio.

In un’epoca in cui tutti corrono, fermarsi viene percepito come qualcosa di inaccettabile. Ma crescere non è una gara a tempo.

Ci sono ragazzi che andando avanti troppo presto si perdono. E altri che proprio da una battuta d’arresto riescono finalmente a capire qualcosa di sé.

Come farlo capire? Perché a volte le domande che mi pongo quando si deve decidere chi fermare sono proprio quelle sul progetto di vita. Mi sono proprio chiesta recentemente quali miei studenti sono pronti per un anno successivo e a volte mi scontro con i colleghi perché non basta avere le sufficienze, a volte il compito va bene ma la il bene dello studente è fermarsi un’altro anno e capire dove si sta. 

E forse è proprio questo il peso più grande degli scrutini: sapere che dietro un numero non c’è mai solo un rendimento scolastico.

C’è un ragazzo che magari si sente già indietro rispetto agli altri. C’è una famiglia che ha paura. Ci sono fragilità che non sempre entrano in una media matematica. E ci sono anche docenti che si interrogano davvero, molto più di quanto si pensi.


Perché certe decisioni non restano sulla carta.


Restano negli sguardi degli studenti quando entrano in classe gli ultimi giorni di scuola. Restano nelle telefonate ai genitori. Restano nel modo in cui un ragazzo inizierà a raccontarsi da quel momento in poi: “ce l’ho fatta” oppure “non valgo abbastanza”.

Ed è forse questo che rende così delicato il nostro compito: ricordarci che stiamo valutando percorsi, ma abbiamo davanti persone.

In quest’epoca noi docenti abbiamo anche un altro grande compito: educare le famiglie e forse, in parte, anche la società a cambiare sguardo sul fallimento.

La bocciatura fa parte dei percorsi di vita. C’è chi la vivrà e chi no. Ma ciò che fa davvero la differenza è il significato che le viene attribuito.

Perché un conto è vivere una bocciatura come un’occasione per fermarsi, capire, ripartire. Un altro è trasformarla in un’etichetta definitiva.

Conosco adulti che ancora oggi parlano di “quell’anno perso” come di una ferita mai elaborata. E forse non per la bocciatura in sé, ma per come si sono sentiti guardati, giudicati o raccontati dagli altri dopo quel fallimento.

Per questo la scuola dovrebbe insegnare anche questo: che inciampare non significa valere meno ma lavorare su se stessi per non ricadere nello stesso errore e potersi ricalibrare, darsi possibilità diverse e crescere. 


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Kim Commisso e Anna Circosta


 
 
 

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