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L'Isolamento degli adolescenti: un problema da risolvere o un segnale da comprendere?

23 apr
Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 15 mag

Comprendere il Fenomeno dell'Isolamento


Ci troviamo davanti a una domanda scomoda: l’isolamento degli adolescenti è un problema da risolvere o un segnale da comprendere? Chi lavora a scuola lo percepisce sempre più spesso. Non sempre l’isolamento ha la forma evidente dell’assenza o del ritiro totale. A volte è silenzioso. Sta dentro le relazioni, nei comportamenti quotidiani, negli sguardi abbassati o nelle connessioni che restano solo virtuali. È da qui che vale la pena partire.


La tecnocrazia, derivante dal greco τέχνη (téchne, "arte", "tecnica") e κράτος (crátos, "potere" o "governo"), significa letteralmente "potere della tecnica". Questa è la nuova forma di governo che attualmente ci caratterizza. Ci porta a pensare che “siamo controllati da qualcosa che abbiamo creato con le nostre stesse mani”. Ma quanto controllo abbiamo davvero su ciò che utilizziamo ogni giorno? E quanto, invece, ne siamo guidati, spesso senza accorgercene?


Immagine di riflessione

L'Impatto della Tecnocrazia sulla Vita degli Adolescenti


Questa forma di governo, caratterizzata da un potere decisionale affidato ad esperti e tecnici del settore, ha portato a evidenti cambiamenti nella vita di tutti noi. Influenza il processo evolutivo degli adolescenti. Se questo è il contesto in cui viviamo, è inevitabile che anche lo sviluppo degli adolescenti ne venga influenzato.


In particolare, possiamo parlare di un fenomeno di isolamento sociale di natura globale. Questo spinge i giovani, tra i 15 e i 30 anni, a trovare conforto negli ambienti virtuali. Parliamo del fenomeno dell’hikikomori, che oggi più che mai ha bisogno di attenzioni. È entrato a far parte delle fasi di sviluppo dell’adolescenza.


Le sue origini risalgono agli anni '70 in Giappone. È stato diffuso dallo psicologo giapponese Saitō Tamaki nel 1998 per descrivere una "sindrome da autoreclusione". Le cause sono molteplici, tra cui:


  • Bullismo

  • Clima familiare negativo

  • Ansia sociale

  • Pressioni verso il futuro

  • Crisi psicologiche di natura sociale ed evolutiva


Molte di queste dinamiche si intrecciano in ambienti che riguardano il clima scolastico e rientrano nella quotidianità dell’essere. Oggi, accanto a queste forme più evidenti, emergono anche situazioni più sfumate. Ci sono ragazzi presenti, che partecipano apparentemente alla vita scolastica, ma che vivono una distanza emotiva e relazionale significativa. Non si ritirano completamente, ma costruiscono una forma di isolamento “ibrido”, in cui la connessione digitale sostituisce progressivamente quella reale.


La Connessione Digitale: Rifugio o Prigione?


La domanda interessante che possiamo porci è: “Il ritiro sociale è sempre esistito o è nato a fronte della tecnologia?” In realtà, è un fenomeno che nella letteratura è stato sempre tradotto come crisi interiore. È esposto nei testi dei grandi scrittori. Pensiamo, ad esempio, al periodo tra il Medioevo e il Rinascimento. La peste ha messo la persona di fronte a una crisi mondiale su tutti i fronti. Eppure, la natura dell’uomo intellettuale era quella di lavorare sui testi e sulla voglia di ricostruire, reinventarsi.


Oggi, invece, abbiamo tutto a portata di click. Ma questa accessibilità ci rende davvero più attivi o ci espone al rischio di una passività silenziosa? In questo scenario, è importante fermarsi e osservare il fenomeno senza semplificarlo. L’isolamento degli adolescenti non può essere letto solo come un rifiuto della realtà. È anche una modalità di adattamento a un contesto percepito come eccessivamente esposto, competitivo e veloce.


La tecnologia, in questo senso, non rappresenta la causa unica. Diventa uno spazio rifugio: un luogo controllabile, prevedibile, in cui il rischio relazionale si riduce. Allo stesso tempo, però, questo rifugio può trasformarsi in una distanza progressiva dal mondo reale. Vengono meno occasioni di confronto, di errore e di costruzione dell’identità attraverso l’esperienza diretta.


Hikikomori: Un Fenomeno da Comprendere


È proprio in questa tensione – tra protezione e ritiro, tra connessione e isolamento – che il fenomeno dell’hikikomori ci interroga come adulti e come educatori. E qui entra in gioco anche la nostra esperienza. Quante volte ci troviamo di fronte a studenti che “ci sono ma non ci sono”? Presenti fisicamente, ma altrove con il pensiero, nelle relazioni, nella motivazione. Sono segnali sottili, ma significativi, che chiedono di essere letti e non semplicemente corretti.


Non si tratta solo di “far uscire” i ragazzi dalle loro stanze. È fondamentale comprendere quali bisogni stanno esprimendo e quali spazi educativi siamo in grado di offrire loro. Di fronte all’immediatezza del mondo digitale, restiamo fermi. Ore davanti a uno schermo ci illudono di controllare tutto, ma riducono lo spazio dell’improvvisazione e della creazione. Ci basti pensare al periodo del Covid, che ha messo milioni di persone a dura prova dal punto di vista psicologico.


Riflessioni Finali: La Sfida Educativa


Per riprendere la domanda posta, forse è utile affermare che i fenomeni di autoreclusione sono sempre esistiti nel corso della storia. Si sono manifestati in modi e tempi diversi. Oggi abbiamo la possibilità – e la responsabilità – di intercettarli e trasformarli in occasioni educative. Forse la vera questione non è quando nasce il fenomeno, ma come cambia nel tempo e come noi adulti lo interpretiamo.


È proprio da queste riflessioni che possiamo costruire momenti educativi significativi. Questi devono essere capaci non solo di spiegare il fenomeno, ma di farlo vivere e rielaborare agli studenti. La vera sfida educativa è: come intervenire?


  • Si potrebbe pensare ad attività di scrittura creativa e riflessiva: mettendoti nei panni di un ragazzo che sceglie di isolarsi, cosa proveresti?

  • E cosa ti aiuterebbe a uscirne?

  • Sapendo che un algoritmo influenza ciò che vedi ogni giorno, quali strategie useresti per mantenere uno sguardo critico e autonomo?


Il punto non è giudicare questi comportamenti, ma comprenderli. Solo così la scuola può diventare uno spazio in cui l’isolamento non è una fuga, ma un punto di partenza per ritrovarsi.



Kim Commisso e Anna Circosta

 
 
 

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