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Uno, nessuno, centomila di noi

Aggiornamento: 13 apr

"Di ciò che posso essere io per me, non solo non potete saper nulla voi, ma nulla neppure io stesso" (Luigi Pirandello).


In queste settimane, ho trattato Pirandello in una quarta meccanica. Sapevo di non poter leggere tutto il libro o approfondire il tema a livello letterario. Tuttavia, volevo coinvolgere gli studenti nel tema della frammentazione dell’Io, un argomento che ci tocca tutti, specialmente durante l’adolescenza.


L’Io Frammentato


Raccontando dell’autore e del libro, ho letto estratti e fatto paralleli pragmatici con Freud e Goffman. Ho sottolineato come tutti noi indossiamo una maschera. Ho fatto lavorare gli studenti in gruppi su questo tema, con un focus specifico sulle diverse maschere che adottano nei vari contesti. L’obiettivo era comprendere il pensiero di Pirandello attraverso la discussione del concetto di identità e maschere nella vita quotidiana degli studenti.


Non hanno avuto difficoltà a immedesimarsi in un giovane che è lui, ma anche tante versioni di sé. Ho avuto modo di soddisfare alcune curiosità e ottenere conferme.


Le Maschere nella Vita Quotidiana


Il loro pragmatismo li ha portati a nominare personaggi come Fabrizio, Franco e Paolo. Questi nomi non erano presenti in classe, ma sono diventati “uno di noi”. Sono rimasti nel concreto: le maschere le mettiamo in famiglia, a scuola, a lavoro (per chi lo ha), con gli amici, nello sport e nei social. A detta loro, la vita si manifesta con maschere già da molto piccoli. Per maschere, identificano un modo artificioso di presentarsi per non essere giudicati, per compiacere (soprattutto in famiglia) e per sentirsi parte di qualcosa.


Oggi, ciò che cambia non è tanto la presenza delle maschere, ma il livello di consapevolezza con cui i ragazzi le riconoscono e le utilizzano. Mostrano una parte di sé che non è “il loro vero io”.


Sono io, solo con me stesso, per la maggior parte. Con altri (una minoranza), sono me stesso con la fidanzata, perché non mi sento giudicato. A volte, temo più il giudizio di me stesso che quello degli altri.



Abbiamo Tutte le Maschere Necessarie?


Ma abbiamo tutte le maschere che ci servono? Non lo sappiamo. Ne abbiamo tante, alcune nascoste, che tiriamo fuori all’occorrenza. Le impariamo vivendo, imitando, ma anche costruendole a tavolino per piacere e per avere like. Solo chi ci conosce davvero riesce a capire quando siamo “mascherati”. Ma resta una convinzione forte: solo io posso conoscere davvero me stesso.


Un altro tema forte è l’impossibilità di essere senza maschera in contesti con adulti, come scuola e famiglia. Non sentirsi compresi o voler compiacere prevale sull’essere se stessi e porta inevitabilmente alla frustrazione.


Quando Abbiamo Maggiormente Bisogno delle Maschere?


Ma quando abbiamo maggiormente bisogno delle maschere? Quando sono poco popolare, mi omologo agli altri che lo sono, ricevendo soprattutto nei social like. Questo mi ha fatto pensare alla puntata di Black Mirror 1x3 “Caduta libera”, dove il valore della persona sembra coincidere con il numero di approvazioni ricevute. Mi sono chiesta quanto, per i ragazzi, la costruzione della propria identità passi oggi anche da questi meccanismi di visibilità e riconoscimento.


Se le maschere non sono una novità, ciò che cambia oggi è il contesto in cui vengono costruite. Non sono più legate solo ai contesti di vita – famiglia, scuola, amici – ma anche a spazi digitali in cui l’identità è continuamente esposta, osservata e valutata.


In questo senso, la maschera non è più solo una forma di adattamento sociale. Diventa anche uno strumento di costruzione del sé, influenzato dallo sguardo degli altri e dalla ricerca di riconoscimento. Ciò che emerge dalle parole dei ragazzi trova riscontro anche nella riflessione pedagogica e psicologica sullo sviluppo dell’identità.


L’Evoluzione dell’Identità


Nelle fasi evolutive dello sviluppo, il riconoscimento passa dall’altro. Pensiamo al bambino che apprende per imitazione e ha bisogno di punti di riferimento che si trasformano nei cosiddetti MOI (modelli operativi interni). Le nostre maschere si costruiscono attraversando diversi ambienti: famiglia, scuola, nucleo amicale e ambienti del tempo libero. In alcuni contesti, diventano forme di adattamento per la “sopravvivenza”.


I bambini della fascia 6-12, ad esempio, scendono a compromessi per giocare insieme ai pari. Successivamente, assumono quel ruolo. La maschera non coincide con l’identità, ma rappresenta una condizione momentanea, spesso non del tutto scelta, legata a un equilibrio fragile tra ciò che siamo e ciò che sentiamo di dover essere.


Riconoscere le Maschere


Quello che colpisce, tornando alle parole degli studenti, è che questa dinamica non è solo teorica. È qualcosa che vivono e riconoscono quotidianamente. Forse è per questo che alcuni ragazzi raccontano di temere più il giudizio di sé stessi che quello degli altri. Quello sguardo esterno è ormai interiorizzato.


Forse il punto non è togliere le maschere, ma aiutare i ragazzi a comprenderle. Non tanto riconoscerle – perché spesso sono già consapevoli di indossarle – quanto imparare a usarle in modo più consapevole. Capire quando le stanno indossando per proteggersi e quando invece per adattarsi. Quando sono una risorsa e quando rischiano di diventare una forma di perdita di sé.


La Scuola come Spazio di Autenticità


La scuola, allora, può diventare uno dei pochi luoghi in cui non è necessario essere sempre all’altezza di uno sguardo esterno. È uno spazio dove è possibile iniziare, almeno a tratti, a essere.


Lavorare su autori come Luigi Pirandello oggi non significa solo fare letteratura. Significa offrire agli studenti uno spazio per leggere se stessi. Magari con domande forti come Se potessi togliere una maschera, quale sarebbe? Ci sorprenderebbero le loro risposte, per niente scontate.


E forse è proprio da lì che può iniziare un lavoro educativo autentico. Un lavoro che non riguarda solo ciò che gli studenti imparano, ma chi stanno diventando mentre imparano.


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Kim Commisso e Anna Circosta

 
 
 

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