Dietro il vetro trasparente: la solitudine dei giovani e la lezione di Charles Taylor
«Il senso che facilmente ne deriva è che ci stiamo perdendo qualcosa, che siamo tagliati fuori da qualcosa, che stiamo vivendo dietro uno schermo».
— Charles Taylor, A Secular Age
1° settembre. Primo Consiglio di istituto. Prima volta che ascolto il nuovo direttore introdurre il nuovo anno e, come spesso accade, alcune parole suscitano curiosità e voglia di approfondire. Quelle parole mi hanno fatto venire in mente un’immagine: un giovane dentro una teca di vetro. Guarda, osserva, si interessa, vede quello che succede fuori, ma resta dentro. Davanti a lui c’è una porta trasparente, che permette di vedere il mondo ma non ha maniglie dall’esterno. Si può aprire solo da dentro.
La condizione di alcuni adolescenti di oggi può assomigliare a quella di qualcuno seduto dietro una teca di vetro. Da lì osserva il mondo scorrere: vede gli amici, le notizie, le mode, i conflitti, le relazioni, persino le dinamiche dell’amore. Attraverso gli schermi può essere ovunque, conoscere tutto, partecipare a molte cose. Eppure resta dietro il vetro.
La teca, però, non è soltanto una prigione. È anche una protezione. Dentro si è al riparo dal giudizio, dal rifiuto, dalla figuraccia, dalla fatica di esporsi, dalla possibilità di fallire. Il vetro permette di guardare senza necessariamente rischiare. E quando ci si abitua a stare lì dentro, il mondo esterno può diventare qualcosa da osservare più che da vivere.
È qui che la metafora richiama Charles Taylor e il suo buffered self, il “sé schermato”: un individuo che costruisce un confine tra sé e ciò che sta fuori. Taylor non stava parlando di adolescenti né di smartphone, ma la sua riflessione ci offre una lente interessante per leggere il presente. Oggi quella schermatura ha assunto anche una forma concreta: lo schermo. Smartphone, social network, piattaforme, algoritmi e, più recentemente, l’intelligenza artificiale ci permettono di essere connessi, informati e presenti senza essere necessariamente lì.

Il punto non è che la tecnologia sia il problema, come spesso diciamo. È che possiamo costruire spazi nei quali l’incontro con l’altro comporta sempre meno rischio. Possiamo scegliere cosa vedere, chi ascoltare, quando rispondere e quando interrompere. Possiamo evitare il silenzio imbarazzante, il giudizio del gruppo, il rifiuto. Possiamo persino avere interlocutori sempre disponibili e prevedibili.
Ma una relazione reale, così come l’apprendimento, comporta anche una certa dose di rischio. Significa esporsi, sbagliare, fare una domanda, dire “non lo so”, provare qualcosa che ancora non si sa fare. E per farlo bisogna sentirsi abbastanza al sicuro da poter sbagliare senza sentirsi definiti dal proprio errore.
Ed è qui che si trova una delle difficoltà dell’adulto. Di fronte a un ragazzo che si chiude, la nostra reazione è spesso quella di spingere da fuori: dare consigli, fare pressione, chiedere “Perché non partecipi?”, “Perché non parli?”, “Devi reagire?”. Ma se la porta si apre solo da dentro, continuare a bussare più forte non significa necessariamente avvicinarsi.
Il nostro compito non è rompere il vetro né aprire quella porta al loro posto. È costruire una relazione abbastanza sicura e significativa perché possano scegliere di aprirla.
Come si traduce tutto questo nel mestiere dei professori? Torniamo a scuola con classi nuove, studenti che non conosciamo, studenti che conosciamo già ma che incontriamo quest’anno in una situazione diversa, studenti che arrivano dopo una bocciatura, una difficoltà, un cambiamento. Ognuno di loro ha il suo vetro.
Per questo, all’inizio dell’anno, prima ancora di chiedere partecipazione, attenzione e motivazione, potremmo provare a capire cosa vedono da quella finestra. Cosa li interessa? Cosa li spaventa? Cosa li fa sentire parte di un gruppo? Cosa invece li fa sentire esclusi? E soprattutto: cosa li farebbe sentire abbastanza sicuri da aprire quella porta?
Potremmo persino consegnare agli studenti un foglio con una semplice teca disegnata e chiedere: “Che cosa vedi da qui?” oppure “Quali emozioni metteresti all’interno di questa teca?”. Non per entrare nella loro teca e nemmeno per costringerli a raccontarsi, ma per provare, almeno per un momento, a guardare il mondo dalla loro parte del vetro. Però non dobbiamo partire dal presupposto che tale lavoro ci porti a conoscere totalmente i nostri alunni, anche perché loro come noi, hanno dei confini che non possiamo oltrepassare e loro faranno altrettanto. Questo lavoro può però permetterci, nel tempo, di creare le condizioni perché siano loro ad aprire piano piano quella teca, che giorno dopo giorno possono riempire di nuove parole e nuove conoscenze.
Perché quella porta non possiamo aprirla noi. Possiamo però esserci dall’altra parte: senza giudicare, senza invadere, senza avere fretta.
Perché educare non significa eliminare ogni rischio. Significa creare le condizioni affinché un ragazzo possa sentirsi abbastanza sicuro per correre, anche, qualche rischio.
E quando quella porta si aprirà, non sarà perché abbiamo bussato più forte.
Sarà perché dall’altra parte del vetro c’era qualcuno che valeva la pena incontrare.
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