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Generazione Z o Generazione Zattera?

23 set
Tempo di lettura: 3 min

Gli adolescenti di oggi, la generazione Z, comprendono i nati tra il 1997 e il 2012.  Sono la prima generazione nata sotto il segno dei social media fin dall’infanzia tanto che si potrebbe dire che la loro vita è fortemente influenzata dalla tecnologia e dalla transizione digitale. 

Dopo anni di insegnamento, ci siamo poste una domanda: forse quella Z non indica soltanto una lettera,  forse è il caso di parlare di generazione Zattera, proprio richiamando l’immagine della Zattera della Medusa.


“La zattera della Medusa” di Théodore Géricault
“La zattera della Medusa” di Théodore Géricault

Questo perché rappresenta bene un momento di isolamento e di crisi identitaria, aspetti alcuni ragazzi di questa generazione stanno vivendo, tra la l’illusione di salire sulla nave di Argus e la realtà di essere in una società in continua evoluzione, che forse non sempre riuscirà a stare al loro passo.

Da una parte la possibilità di essere sempre connessi, di appartenere a una comunità, di costruire la propria identità anche attraverso ciò che si mostra agli altri. Dall’altra, il rischio di sentirsi soli proprio dentro questa connessione.

Géricault ci riporta, attraverso le sue abilità artistiche, a questa realtà: una terra di mezzo tra la disperazione e la speranza. 

Non è soltanto una nostra intuizione.

Alcuni dati provano a descrivere questa generazione e a restituirne caratteristiche e contraddizioni. Un'indagine Ipsos Doxa

evidenzia alcuni aspetti della generazione Z legati a: 

  • Crisi identitaria 

  • Instabilità lavorativa 

  • isolamento cognitivo 

  • l’essere anticonvenzionali 

  • diffidenza nel genere umano 

  • affidamento e fiducia maggiore verso i social 


Inoltre, il Ministero della Difesa ci riporta un tasso elevato di suicidi per i giovani di questa generazione, attraverso abuso di droghe sintetiche e altre dipendenze e vie di fuga dalla realtà. 

Ma leggere questi dati come una semplice lista di caratteristiche rischia di farci perdere la parte più importante: dietro ogni statistica ci sono ragazzi che incontriamo ogni giorno. 


Ma come prevenire tutto questo o come leggere questo dentro le nostre scuole? Come intervenire prima che una difficoltà diventi un’emergenza?


Forse non basta uno sportello o un percorso psicoterapeutico, che sicuramente aiutano ma non esauriscono la quotidianità che i nostri ragazzi vivono. 

La quotidianità è fatta di scuola, famiglia, gruppo dei pari…Sono almeno dalle 8.00 alle 14.00 a scuola dal lunedì al venerdì e poi a casa con un mix di “esco con gli amici, scrollo sui social e poi…”. 


È dentro questa quotidianità che l’adolescente costruisce, mette alla prova e qualche volta perde il senso di sé. Ed è proprio qui che la questione diventa educativa.

Noi partiamo da una domanda: se esiste una crisi identitaria, come possiamo comprenderla senza ridurla soltanto a una questione psicologica?

Questi sono i nostri punti interrogativi che, sappiamo già rimarranno aperti e per tutti coloro che studiano, si occupano o sono semplicemente interessati all’educazione delle nuove generazioni sono temi di discussione quotidiana che necessitano di confronto. Ed è proprio il confronto che attendiamo da quanti di voi avranno il piacere di condividere il proprio punto di vista.


Noi partiamo dallo scenario che c’è una crisi identitaria, vero! Ma l’identità si scinde in due realtà da analizzare: quella psicologica e pedagogica.

C’è certamente una dimensione psicologica, fatta di vissuti, emozioni, desideri, conflitti e fragilità, che richiede competenze e spazi specifici.

Ma esiste anche una dimensione educativa: il modo in cui quel ragazzo cresce, vive la scuola, sperimenta l’autonomia, incontra gli adulti, affronta le aspettative e costruisce il proprio posto nel mondo.

Questi due piani sono diversi e non possono essere confusi, ma nemmeno visti come compartimenti stagni. 

Questa distinzione era già presente negli scritti della psicoanalista Alice Miller, che ci ricorda come questi aspetti si intreccino e ci obblighino a fare i conti con una realtà: pedagogia e psicologia hanno bisogno di spazi e aiuti differenti per i nostri ragazzi, ma devono, in ogni caso, confrontarsi


Non sappiamo ancora se quella zattera rappresenti per i nostri ragazzi un luogo di passaggio, di sopravvivenza o semplicemente un modo per restare a galla.

E forse non dobbiamo avere subito la risposta.

Per chi studia, lavora o si interessa di educazione, questi interrogativi sono parte della discussione quotidiana. Non necessariamente per trovare una soluzione definitiva.

Ma per costruire punti di incontro tra le diverse professioni educative e tra gli adulti che, ogni giorno, incontrano le nuove generazioni. Perché forse la domanda non è soltanto come salvare i ragazzi dalla zattera.

Forse è anche capire che cosa li ha portati fin lì, chi sta già provando a raggiungerli e, soprattutto, che cosa possiamo fare mentre sono ancora sulla zattera. 


Vuoi mettere discutere queste idee, commenta o scrivici salottopedagogico.podcast@gmail.com


Kim Commisso e Anna Circosta


 
 
 

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